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Il mio debutto nel Kyūshū: tra tifoni divini e aragoste perfette
C’è da fare una buffa premessa.
Nonostante io giri il Giappone dalla fine degli anni ’80, non ero mai stata nel Kyūshū – la regione meridionale che, nel suo nome antico, evoca “nove province”.
Perché mi attirasse così tanto, sinceramente, non lo so nemmeno. So solo che c’era chi mi prendeva affettuosamente in giro con un “hey, Kyūshū!”—come se fosse un nomignolo cucitomi addosso.
E così, in un giugno giapponese torrido e piovoso, ho deciso: Kyūshū sia! Ma non in aereo, no. In treno. Cinque ore comode di shinkansen, con Wi-Fi e tavolino: tempo ben speso, molto più lineare che volare, considerando controlli, navette e attese.
Fukuoka però... al primo impatto, non mi ha conquistata. Sbarcata a Tenjin—il quartiere chic per eccellenza—mi aspettavo una sinfonia gourmet degna della fama del Kyūshū. Mi sono invece ritrovata in una giungla urbana a metà tra Blade Runner e un mercato coreano, tra street food e neon. Affamata e un po’ disorientata, sono finita in una trattoria di pesce semi-interrata in un grande magazzino. Ma poi, alzando lo sguardo, ho visto l’insegna del Ritz Carlton. Era come vedere il paradiso. Mi ci sono diretta senza pensarci.
E ho scoperto un mondo: una vecchia scuola trasformata in uno spazio monumentale con startup, boutique e ristoranti di lusso immersi in un parco elegante.
Eccola lì, la mia Kyūshū. Ed è lì che ho trascorso la serata, con quella sensazione rarefatta che chiamo pixiedust—la polvere magica che ti fa volare se hai gioia nel cuore.
Il giorno dopo ho fatto la brava ragazza. Sono andata a visitare il museo dell’invasione mongola. Poco conosciuto, poco “instagrammabile”, ma estremamente suggestivo. Il Kyūshū, un tempo, era la porta del Giappone verso il continente. Passavano di lì cultura, tecnologia, filosofia buddhista, ma anche gli emissari del temibile Kubilai Khan, che nel XIII secolo intimò al Giappone di arrendersi. La risposta? Un tifone violento che spazzò via l’intera flotta: il famoso kamikaze, il “vento divino”. Alcuni secoli dopo, i seguaci del monaco Nichiren attribuirono quel miracolo all’intervento celeste evocato da uno dei suoi mandala. Il museo in sé non è eccezionale, ma ha un certo fascino fin de siècle. Si trova in un parco alberato che costeggia un fiume, e conduce alla più moderna Canal City, quattro piani di moda e design. Un salto indietro nel tempo… e poi di nuovo avanti, come solo il Giappone sa fare.
La sera? Già sapevo dove sarei andata. Vi ricordate il mio “perfect day” alla Ginza? Questa volta, con un Issey Miyake verde muschio (perfetto, semplicemente), sono tornata da Teppan 10. Nuovo menu, nuova emozione: aragosta. Kyūshū meritava un’altra serata da incorniciare.
Il giorno dopo, colazione lenta in un caffè minimalista di legno chiaro trovato per caso. Waffle e soufflé con frutta e crema. Una bomba glicemica, sì, ma ne è valsa ogni forchettata. E come grand finale? I miei jeans Momotaro, finalmente trovati. Dopo un inizio incerto, posso dirlo: il mio debutto nel Kyūshū è stato decisamente degno di nota.
