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Sulle Orme dei Maestri
Rieccomi qua!
Ebbene sì: mentre i grandi burattinai del mondo continuano a giocare con le nostre vite e tutto sembra andare storto, ho fatto le valigie e sono tornata in Giappone. Non senza mille preoccupazioni e le solite disavventure.
L’anno scorso erano gli scioperi italiani; quest’anno ho evitato per un soffio quelli tedeschi, ma non prima che i miei clienti annullassero il viaggio. Tra penali, professionisti che si erano tenuti liberi e una montagna di scartoffie che devo ancora finire di sistemare, senza contare che sono atterrata a Osaka invece che a Tokyo. Insomma, la solita gimkana. Ma alla fine sono arrivata.
E non senza una tappa strategica dalla mia favolosa parrucchiera “canterina” di fiducia che, forse in silenziosa competizione con il “rivale” giapponese, ha superato sé stessa con un taglio da copertina. Risultato: impossibile passare inosservata. E con questo spirito, mi sento pronta ad affrontare qualunque cosa. Noi ragazze siamo fatte così.
Devo confessarlo: questa è la mia prima vera primavera in Giappone.
La pioggia di fiori di ciliegio è ovunque, una polvere rosa che avvolge tutto, mentre la vita sembra sgorgare e sbocciare in ogni direzione.
Come prima tappa, ho deciso di salire sul Monte Hiei, sede del vastissimo complesso dell’Enryaku-ji, fondato oltre 1200 anni fa dal monaco Saichō, noto anche come Dengyō Daishi. Non voglio fare la sapientina, ma basti dire che qui hanno studiato tutti i grandi fondatori delle scuole buddhiste del periodo Kamakura: Hōnen, Shinran, Dōgen, Nichiren e molti altri. Il resto, se vi incuriosisce, lo potete facilmente approfondire.
In questo tripudio di natura che si risveglia, ho scelto di salire da un versante e scendere dall’altro. Dal lato Kyoto, partendo da Gion, ho preso la funicolare e poi ho proseguito con quasi un’ora di cammino tra sentieri, ben battuti a dire il vero, concedendomi anche un po’ di shinrin yoku, il “bagno di foresta”, tra alberi secolari.
Sono arrivata, felice come una Pasqua, alla grande sala del Daikōdō, dove sono rappresentati tutti i grandi maestri, tra statue e ritratti. Si può essere più o meno d’accordo con il pensiero dell’uno o dell’altro, ma questo luogo ricorda una cosa essenziale: l’importanza di onorare chi ha dedicato la propria vita a rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza.
Dopo questa tappa, in qualche modo doverosa, una scodella di soba e uno sguardo ai meticolosi lavori di restauro di una magnifica struttura in legno dal tetto in rame, da cui si intravedevano, attraverso le inferriate, secoli di storia.
Poi mi sono diretta verso l’area di Yokawa, dove si ritiene che il giovane Nichiren si sia formato. Di quell’epoca non resta nulla, tutto fu distrutto da Oda Nobunaga, ma permane qualcosa di intangibile, difficile da definire, che in giapponese si chiama reijō. Letteralmente “luogo sacro”, ma in realtà qualcosa di più: uno spazio in cui la presenza spirituale si percepisce come particolarmente viva ed efficace. Non solo templi e santuari, ma luoghi riconosciuti nel tempo come carichi di significato, visitati da pellegrini e praticanti fino a oggi.
Devo anche ammettere che, per non perdere l’ultima navetta e rischiare di restare bloccata in montagna, ho dovuto saltare l’ultima tappa. Un buon motivo per tornare, magari con un po’ più di attenzione agli orari.
La discesa, invece, è stata su un’altra funicolare, molto fin de siècle, sul versante che guarda il lago Biwa, fino a Ōtsu. E lì, sorpresa: uno storico ristorantino di charme, con stanza privée affacciata su un piccolo giardino in perfetto stile wa.
Devo dire che mi sono dovuta ricredere sulle cene kaiseki, spesso un po’ troppo “di facciata”, perché questa volta, complice una brezza primaverile semplicemente perfetta, è stata un’esperienza davvero memorabile.
E così si chiude la cronaca di un altro “perfect day”: quelli che premiano chi, semplicemente, cammina la propria strada cercando di allineare pensieri, parole e azioni.
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